Nadine Gordimer, un ricordo della scrittrice sudafricana antiapartheid

Nel 1991, le fu conferito il premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “per essere stata di enorme beneficio all’umanità grazie alla sua scrittura magnifica ed epica”. Questa frase, pur essenziale e concisa che sia, racchiude il valore di Nadine Gordimer, tra le più importanti e apprezzate voci della letteratura sudafricana. Una voce che ha lasciato questo mondo il 13 luglio 2014, nella sua casa di Johannesburg. Aveva novant’anni.

nadine gordimer

Una vita spesa tra libri e attivismo civile contro ogni forma di ingiustizia e contro il razzismo in particolare. Nacque il 20 Novembre 1923, in una cittadina non distante da Johannesburg chiamata Springs, uno dei centri urbani attivi nel settore minerario all’epoca in straordinaria espansione. In quell’anno non si parlava ancora di apartheid, ma il razzismo era palpabile in molti ambienti. Suo padre, Isidore Gordimer, era un immigrato ebreo, fuggito dall’allora impero zarista russo in cerca di libertà. Ma la libertà, a partire dal 1948 con la vittoria del partito nazionalista dominato dagli afrikaner, venne meno anche in una terra così meravigliosa come il Sudafrica. Sin da giovanissima, Nadine Gordimer capì la volontà della minoranza bianca di indebolire sempre più i diritti della maggioranza dei neri, già sfruttati come forza lavoro, mal pagati e considerati “inferiori”.

La sua sensibilità l’ha portata a scrivere non ancora adolescente e a 15 anni vide pubblicato su una rivista liberale di Johannesburg il suo primo breve racconto. Oltre ai grandi scrittori realisti del XIX e XX secolo, Nadine Gordimer attinse ispirazione da Tolstoj e Dostoevskij, ma il suo stile fu molto diverso da questi e da altri autori. Romanzi quali The Conservationist (Il Conservatore, Feltrinelli) che vinse nel 1974 il Booker prize, Burger’s Daughter (La figlia di Burger, Feltrinelli) scritto nel 1979 sulla scia dei massacri a Soweto (libro, come tanti altri non solo da lei firmati, che fu bandito dal governo di Pretoria) e July’s People (Luglio, Feltrinelli) raccontano, ognuno a modo proprio, una linea di scrittura volta a denunciare l’oppressione e al contempo le profonde contraddizioni e incoerenze del sistema di apartheid. Sono storie che partono dalla gente comune, dalle interrelazioni tra bianchi e neri, inevitabili a dispetto di ciò che pensavano figure politiche come Daniel François Malan e Hendrik Verwoerd. Nelle più o meno sottili denunce contro le politiche razziste del governo di Pretoria si trovano lampi di poesia, schegge improvvise e brevi di luce all’interno di racconti dove i drammi reali dominano. La scrittura di Nadine Gordimer ha in qualche modo assorbito la sua militanza politica, sempre a fianco dell’ANC e di Mandela.

nadine gordimer e nelson mandela

La sua grandezza sta proprio in questo: nell’essere riuscita a intrecciare brillantemente storie di gente comune nella loro non semplice quotidianità con le vicende di una nazione sui generis, fondata per legge sulla separazione tra bianchi, neri, meticci e asiatici. Leggi come Immorality Act, il Group Areas Act e il Prohibition of Mixed Marriages Act si riescono a comprendere forse molto più facilmente leggendo proprio i suoi libri.

Tutte leggi che volevano impedire i rapporti fra persone appartenenti a gruppi razziali diversi, ma di fatto questo divieto era impossibile, anche sul piano economico-lavorativo. Il lascito più grande di Nadine Gordimer, oltre ai suoi scritti, è il coraggio che ha sempre dimostrato difronte alle avversità: un coraggio portato avanti da una donna solo in apparenza fragile, che deve essere da esempio per tutti coloro che vedono le ingiustizie e che vogliono combatterle, ognuno a proprio modo, ognuno secondo le proprie possibilità. Lei ha contrastato e denunciato l’illegittimità dell’apartheid in particolare attraverso la scrittura, un’arma efficace e imperitura, nella sua eroica forma di pacifismo.

Silvia C. Turrin

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