Habib Koité, unire le differenze culturali

«Nessuno mi insegnò a cantare o a suonare la chitarra. Guardavo i miei genitori e tutto questo fluì in me!», così racconta Habib Koité, tra gli artisti dell’Africa occidentale più apprezzati a livello internazionale. Virtuoso chitarrista capace di spaziare dal rock al pop, Habib Koité rivela tutta la sua bravura cimentandosi con le tecniche musicali tradizionali tipiche del suo paese, il Mali. Abilità e passione alimentate sin da piccolo. Egli infatti discende da un nobile lignaggio di griot appartenenti all’etnia Khassonké, della regione di Kayes, nel Mali occidentale. Figure che in particolare lo hanno inspirato furono il nonno paterno, che suonava con grande bravura il kamalé n’goni, strumento tradizionale a quattro corde tipico della regione maliana di Wassolou, e la madre, stimata griot al femminile molto richiesta nelle cerimonie tradizionali legate ai più importanti passaggi esistenziali (nascita, matrimonio, morte).

In realtà, Habib è riuscito a diventare un istrionico e ammirato musicista grazie a uno zio che insistette coi suoi genitori per farlo iscrivere all’Istituto nazionale delle Arti di Bamako. Una decisione che ha cambiato completamente la sua vita, proiettandolo al di là delle frontiere africane e trasformandolo in un griot contemporaneo che abbraccia varie culture, facendo dialogare le sue radici maliane con influssi pop-rock europei-statunitensi.

Dopo aver esplorato l’humus sonoro africano e aver realizzato vari cd – il primo Muso Ko venne pubblicato nel 1995 – Habib nel 1999 va in tournée negli Stati Uniti per promuovere sia il disco MaYa, sia la compilation Mali to Memphis prodotta dall’etichetta Putumayo. Affiancato dal noto bluesman americano Eric Bibb, Habib in questa tournée si fa conoscere da un pubblico attento e curioso. La collaborazione tra Bibb e Koité fa emergere i legami e gli influssi tra il blues afroamericano e la musica del Mali. Questo versatile griot moderno diventa un’icona per quanti amano la chitarra, tanto da spingere Bonnie Raitt, vocalist e chitarrista, ad affermare: «Prima c’era Hendrix, poi Stevie Ray, e adesso Habib». Con oltre 250 mila dischi venduti in tutto il mondo – il che non è poco per un musicista africano – Habib Koité è certamente uno degli artisti contemporanei più bravi, originali e versatili.

La sua è una musica solare, piena d’energia, portavoce dei ritmi tradizionali del Mali con incursione nell’afro-pop. Ma è anche musica impegnata. Per esempio, nel già citato album Muso Ko troviamo la traccia “Cigarette Abana”, che significa “la sigaretta è alla sua fine” o anche “Mai più sigarette”, un’accusa verso le industrie che producono tabacco e che hanno iniziato a invadere l’Africa quando negli States si è avviata una diffusa e rigida campagna antifumo. Eccellenti sono altri dischi, come Afriki, chiaro atto di riverenza alla Madre Africa, e Brothers in Bamako realizzato insieme all’amico Eric Bibb.

Habib Koité 2

Quest’anno Habib ha prodotto un nuovo album dal titolo Soô (che significa “casa”), un sentito omaggio verso la sua terra d’origine, il Mali, tormentato da una violenza inaspettata. Anche in questo lavoro aleggia lo stile tipico di Habib, chiamato danssa, sorto nella città di kayes. La sua musica viene da lui definita danssa-doso, termine in lingua Bambara di sua invenzione che unisce il nome del ritmo popolare con una parola, doso, che indica la musica dei cacciatori, una delle più antiche e più potenti tradizioni musicali dell’Africa occidentale. Nel disco Soô troviamo una sorta di babele di lingue del Mali, il Malinke, il Bambara, e il Dogon, e altresì ascoltiamo vari stili provenienti dai quattro angoli della sua terra natale. Habib ha voluto evidenziare e valorizzare le differenze culturali del Mali, sottolineando al contempo il loro denominatore comune, le loro radici e i loro legami. Una diversità che è sinonimo di ricchezza culturale che non può essere causa di conflitti, ma di unità e fratellanza.

Silvia C. Turrin

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