Léopold Sédar Senghor, “l’africano cosmopolita”

Léopold Sédar Senghor è tra i fondatori dell’Africa moderna, uno dei padri della negritudine, nonché figura poliedrica, che ha lasciato un profondo segno nella politica e nella letteratura, africana e non. Lo ricordiamo in questi giorni, poiché il 20 dicembre 2001 è l’anniversario della sua morte. Rimaniamo comunque consapevoli del fatto che il suo lascito è quanto mai attuale.

È piuttosto arduo sintetizzare in un breve articolo una vita così ricca, complessa, travagliata e illuminata come quella di Senghor. Egli attraversò praticamente un secolo, essendo nato nel 1906: un secolo, il XX, che è stato definito “breve”, ma che per l’Africa ha rappresentato piuttosto il secolo della liberazione dal colonialismo. Un processo di liberazione di cui è stato protagonista lo stesso Senghor. Egli, in effetti, ha dato libertà al suo paese d’origine, il Senegal, e ha offerto all’Africa intera una nuova visione “liberatrice” di sé, attraverso la riscoperta e la riappropriazione delle proprie radici culturali.

Elogio della Negritudine

Senghor è uno dei padri della Negritudine, da lui definita “insieme dei valori – economici e politici, intellettuali e morali, artistici e sociali – non solo dei popoli dell’Africa nera, ma anche delle minoranze nere delle Americhe”. Un termine, nonché un concetto e una categoria, sviluppato con la fondamentale collaborazione di Aimé Césaire, il quale la definì non come una categoria collegata a significati e a elementi di natura biologica, piuttosto categoria legata “a qualche cosa di più profondo […] a una somma di esperienze storicamente vissute, che sono giunte a definire e a caratterizzare il destino di una forma di vita umana: la Negritudine è una delle forme storiche che danno agli uomini una particolare condizione di vita”.

Per Senghor la Negritudine rappresentava uno strumento non soltanto culturale, appartenente ai neri, con cui poter plasmare una nuova civiltà, quella dell’Universale. Per il tramite della Negritudine si volevano promuovere il Panafricanismo, il recupero della storia, dei valori e delle tradizioni tipicamente africane, pur adottando uno sguardo ampio e aperto al mondo. Negritudine voleva dire anche individuare la propria identità nera, africana, per poter lottare contro l’oppressore, il colonialismo e le diseguaglianze. Molti hanno criticato tutto ciò, inclusi vari intellettuali africani, tra i quali primeggia il poeta nigeriano Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura, per il quale non era affatto necessario proclamare una “negritudine” per opporsi al colonialismo bianco.

Nonostante sia stata considerata da molti pensatori africani un’espressione frutto di una latente “assimilazione” culturale all’Europa da parte di Senghor (perché la visione della Negritudine di Césaire era più critica), la categoria della Negritudine ha risvegliato nelle nuove generazioni dell’epoca un maggiore interesse verso le proprie radici culturali e storiche. Un risveglio che ha permesso di stimolare un’identità africana, nera, in molte comunità oppresse.

L’impegno politico

Senghor, sin da bambino, dimostrò di essere brillante negli studi. La sua prima scuola fu quella di una missione cattolica, situata nelle vicinanze del suo villaggio, Joal, per poi proseguire con gli studi liceali, sino a ottenere una sorta borsa di studio dall’allora amministrazione coloniale francese, che gli permise di frequentare le scuole nella “madrepatria”. In Francia si iscrisse alla Facoltà di Lettere presso l’Università di Parigi e si laureò con successo. Fu proprio in Francia che iniziò la sua carriera di professore di lettere, ma lo scoppio della Seconda guerra mondiale cambiò tutto. Nel 1939 venne arruolato nell’esercito (precisamente nella fanteria coloniale, nonostante avesse ottenuto la naturalizzazione francese nel 1932), ma venne arrestato dai tedeschi e imprigionato. Fu in questo periodo che iniziò a scrivere assiduamente poesie, nonostante fosse malato.

Con la fine della guerra, Senghor si avvicinò sempre più alla politica, abbracciando il comunismo e impegnandosi nella decolonizzazione del Senegal (dopo aver tentato di creare la Federazione del Mali, costituita all’epoca da Senegal, Sudan francese, l’allora Dahomey – l’attuale Benin – e l’allora Alto Volta – l’attuale Burkina Faso). Grazie a Senghor e ad altri politici senegalesi, il paese divenne indipendente senza spargimento di sangue il 4 aprile 1960 e l’anno successivo venne proclamata la Repubblica. Senghor fu eletto primo Presidente e mantenne questo ruolo per quasi cinque mandati.

Il poeta-presidente

Senghor viene definito “il poeta-presidente”, perché non abbandonò mai il suo amore per la letteratura. Chants d’ombre, “Canti d’ombra” del 1945, fu la sua prima raccolta poetica, pubblicata in Francia dalle Edizioni Seuil, in cui troviamo una toccante lettera poetica dedicata all’amico Aimé Césaire. Altre fondamentali opere di Senghor sono “Ostie nere”, raccolte poetiche considerate preludio dell’antologia Nouvelle Poésie Nègre et Malgache. Non mancano scritti più politici, come Chants pour Naett, in cui troviamo frammenti teorici legati al socialismo africano.

Altrettanto fondamentale è la raccolta Ethiopiche del 1956, dove si avverte chiaramente l’influsso della Negritudine e la riscoperta della storia africana, rappresentata da figure eroiche come il guerriero zulu Chaka. La sua produzione letteraria è ampia e variegata. La sua poetica si riflette in qualche modo anche a livello istituzionale, con l’adozione di una politica orientata sì al socialismo africano, ma aperta e universale, come ha dimostrato il suo strenuo sostegno al progetto di Francofonia. Il suo legame con la Francia è testimoniato anche dal fatto che fu il primo scrittore africano a essere eletto all’Académie Française.

Morì in Francia, in Normandia, il 20 dicembre 2001, all’età 95 anni.

 

Ecco che muore l’Africa degli imperi,

agonia di principessa pietosa

ed anche l’Europa a cui l’ombelico ci unisce.

Fissate gli immutabili occhi sui figli vostri che ricevono ordini

che danno la vita come il povero l’ultimo suo vestito.

Fate che noi rispondiamo presente alla rinascita del mondo

come il lievito necessario alla bianca farina.

Chi insegnerà il ritmo al mondo defunto delle macchine e dei cannoni?

Chi lancerà il grido di gioia per risvegliare i morti e gli orfani all’aurora?

Dite, chi renderà memoria di vita all’uomo dalle speranze violate?

Ci chiamano gli uomini del cotone, del caffè, dell’olio

ci dicono gli uomini della morte.

Siamo gli uomini della danza, e nuova forza è ai nostri piedi

il suolo duramente percosso.

Léopold Sédar Senghor

 

a cura di Silvia C. Turrin

Foto: beyondthesinglestory; institutjeanlecanuet.org; poetryinvoice.com
L’Articolo è on line anche sul sito SMA Africa

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